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C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui la differenza di ceto si esprimeva soprattutto nel potersi garantire condizioni di vita migliori, ma intese proprio in termini di pura sopravvivenza: il ricco aveva un tetto solido sulla testa, la possibilità di stare al caldo d’inverno, e più ancora aveva sempre cibo a sufficienza – cosa tutt’altro che scontata ancora poco meno di un secolo fa.

Non deve quindi stupire che tante norme del galateo derivino anche da questa vitale differenza. Pensiamo alla convinzione per cui una signora non deve solo mangiare in modo compito, ma deve soprattutto mangiare poco: al punto che, in epoca passata, poteva accadere che le fanciulle in età da marito venissero nutrite a casa prima di partecipare a pranzi e ricevimenti vari, perché poi si limitassero a “mangiare come un uccellino”.  Una ricercatezza? Anche. Ma soprattutto un modo per dire “Vedete come sono abituata all’abbondanza? Non ho affatto fame, nemmeno di fronte a tante delizie”.

Ma provateci voi, a mangiare come un uccellino, se la vita vi consentiva di consumare un pasto ricco solo poche volte l’anno. Era spesso questo il destino di servi, braccianti e mezzadri, che infatti non si facevano pregare nelle poche occasioni in cui il padrone, bontà sua, offriva loro un lauto banchetto. Nascerebbe da qui, sembra, l’usanza (probabilmente superflua) di esortare i presenti a mangiare di “buon appetito”. Augurio che, con il tempo e con l’avvento dell’abbondanza su tutte le tavole, si è trasformato in una semplice formula di cortesia diffusa  in tutto l’Occidente.

Non so fuori dei nostri confini, ma in Italia, come noto, oggigiorno (anzi, già dai tempi di Donna Letizia) molti considerano indice di scarsa educazione augurare “buon appetito”. La cosa divertente – per me, si intende – è leggere le motivazioni addotte dai vari esperti di turno per giustificare questa affermazione:  per alcuni, si pone l’accento sul volgare atto di mangiare anziché sul piacere della compagnia; per altri, si assume nei confronti degli altri ospiti l’atteggiamento del padrone verso i servi; per altri ancora, si rischia la gaffe, perché non si può sapere se davvero i commensali gradiranno le pietanze.

Ora, il primo punto si poteva capire forse negli anni Ottanta-Novanta, quando l’Occidente era ossessionato dalla forma fisica e considerava il cibo un nemico da evitare; ma oggi che sono tutti buongustai (scusate, volevo dire foodies), per cosa altro ci si trova a tavola, se non per condividere degli ottimi piatti? Quanto al secondo motivo, il significato originario di questa frase (ammesso che sia davvero quello) si perde talmente nella notte dei tempi che sfido chiunque a offendersi solo perché gli si augura di mangiare con gusto. Sull’ultima considerazione stendiamo un velo pietoso: è la stessa imbarazzante cultura del sospetto che vieta di dire a qualcuno “piacere, molto lieto, felice di conoscerla”, perché – diamine – per quel che ne sappiamo costui potrebbe ben presto diventare il nostro peggior nemico.

Insomma, viste le premesse non vedo niente di così drammatico se, a tavola, qualcuno augura “buon appetito”. E se anche siamo tra quelli che di solito non usano questa formula, evitiamo di fulminare con lo sguardo il malcapitato, di chiuderci in un gelido silenzio genere “Ciuelo, siamo ciVcondati da bifolchi! ” o, peggio ancora, di esclamare “non si dice buon appetito!”. Non ci piace? Non lo ripeteremo, limitandoci ad un sorridente e cortese “Grazie”. E comunque non mi stupirei se, visto come va il mondo, a breve arrivasse l’espertone di turno deciso a riportarlo in auge, come cimelio di una tradizione culturale del buon vivere a tavola che non deve assolutamente andare perduta. Scommettiamo?