Dialoghi, Ricevere, Stile

Dialoghi tra una signora di città e un gentiluomo di campagna. 5. Signore & Signori

Blasé: Buongiorno  mia cara, è da parecchio che non ci sentiamo.

Donna Bianca: Puoi ben dirlo. Ti davo per disperso, e non sai in quanti mi hanno chiesto tue notizie.

B: L’estate è una stagione intensa…

DB: Ora che l’autunno è alle porte, vorrei coinvolgerti in una conversazione su un tema fondamentale: come si distingue un vero signore (o signora)?

B: Argomento difficile. Innanzi tutto bisogna capire cosa si intende per “signore”.

DB: Non necessariamente il ricco o il nobile, come molti inducono erroneamente a pensare. Direi piuttosto, semplicemente, chi affronta la vita con un certo spirito.

B: Meno male: perché la signorilità è una condizione dell’anima, nulla ha a che vedere con il denaro e nemmeno con la nascita. Non è un signore chi rimane ancorato a una visione ristretta e angusta della vita; per questo genere di persona – chiamiamola pure parvenu –  in Veneto usano un’espressione secondo me perfetta: peocio refato (“pidocchio rifatto, rivestito”), per dire di chi nell’animo rimane gretto.

DB: Un po’ ripugnante e anche piuttosto brutale, ma rende l’idea. Sono d’accordo sul fatto che il parvenu si distingua subito per la passiva e ottusa adesione alle “regole”. Il signore, invece, le interpreta e se del caso le infrange, anche solo per non mettere in imbarazzo chi sta “sbagliando”. A mio modestissimo parere, infatti, due qualità caratterizzano il vero signore: gentilezza e cultura, intesa come conoscenza del mondo e della vita, che non si impara necessariamente sui banchi di scuola.

B: Sicuramente non si può fare un decalogo su cosa indichi il vero signore. Ne risulterebbe un elenco di comportamenti ridicolo. Piuttosto, si tratta di formulare appunto una sintesi. Io direi che il vero signore (o signora) è colui che riesce a far sentire a suo agio le persone. Perché appunto non giudica, ma comprende e sa cogliere il meglio da tutti. E del resto, se ci mettessimo a fare l’elenco delle regole che il signore segue ci troveremmo a escludere molte persone che sono signori nell’animo, solo perché non si adeguano alle regolette di un misero manuale di bon ton. No grazie. Oltre che stupido (rientrerebbero nella categoria dei signori anche i peoci refati, appunto) è anche estremamente classista.

DB: Infatti. Per questo mi innervosisce moltissimo (non è signorile, lo so) chi si mette in cattedra e con fare spocchioso dice “questo si, questo no, questo non è di moda”. Ecco, quest’ultima affermazione potrebbe indurmi a gesti inconsulti…

B: Beh, su chi si comporta in base al “questo è/non è di moda” stendiamo un velo pietoso. Un parvenu, appunto, che deve adeguarsi acriticamente a una regola esterna per sentirsi al sicuro. Un servo delle abitudini, insomma. Un signore usa le norme per gli altri, non se ne fa usare.

DB: Mi viene in mente un episodio: nei primissimi anni Ottanta, ad un barbecue organizzato da conoscenti americani, gli yankees mangiavano allegramente con le mani tra lo scandalo generale delle “signore” italiane che, impettite come se avessero ingoiato (diciamo così) un manico di scopa, li guardavano dall’alto in basso e si ostinavano a tagliare persino gli hamburger con coltello e forchetta. Una sola rifiutò allegramente le posate e, imitando i padroni di casa, afferrò con le dita il succulento panino, gustandolo con vero piacere. Ecco, questo per me è un comportamento da signora…

B: Ma, soprattutto, dovrebbe essere un obbligo non far notare che “così non si fa”. Se non altro perché bisognerebbe sincerarsi che non esistano anche altre regole oltre a quelle che conosciamo. Un signore che entri in un appartamento giapponese con delle bellissime e raffinatissime scarpe perfettamente abbinate al vestito sarebbe colà considerato un volgare zozzone, come in molti contesti culturali un elegante baciamano non risulterebbe galante, ma addirittura offensivo.

DB: Insomma, il non-signore si culla nell’arrogante convinzione di essere sempre e comunque nel giusto… Direi che fa il paio con lo spiare il vicino di tavolo (o di scrivania, o di ombrellone) per far le pulci a come si comporta. Per carità, impossibile non notare certi atteggiamenti davvero sopra le righe, ma appunto, finché la cosa non diventa di disturbo generale, si fa finta di niente, e di certo non si fanno commenti o si squadra il malcapitato dall’alto in basso: chi lo fa non è un signore, ma solamente uno snob.

B: Ma si, una certa critica è permessa, purché non diventi, appunto, discrimine di classe. Ricordo cosa diceva mia bisnonna su Vittorio Emanuele III, che a tavola martirizzava gli ospiti con infiniti discorsi di numismatica (era un appassionato collezionista). “Noiosissimo” era il suo lapidario giudizio che non lasciava spazio a repliche. Certo, forse la bisnonna era un po’ snob, e del resto è noto che la casa reale italiana non godeva di grande considerazione nel resto d’Europa. Comunque questo dimostra come nemmeno un re possa essere necessariamente e sempre un signore.

7 pensieri riguardo “Dialoghi tra una signora di città e un gentiluomo di campagna. 5. Signore & Signori”

  1. Eccovi qua! Ben ritrovati! E che argomentone per questo rientro!
    Se dovessi pensare a come noto la differenza fra chi ci fa e chi ci è, direi che mi suscita un sentimento di ammirazione e rispetto chi riesce a comprendere gli altri unendo alla com-passione il senso allegro dell’assenza di sforzo, come se fosse naturale. Ciò esige non solo un caratteriale sangue freddo, ma anche autocontrollo, buona educazione e interesse per chi è diverso da noi. D’altronde, chi era il vero signore: l’impostore Jay Gatsby che non riusciva a controllarsi ma che viveva di emozioni sincere, o i Buchanan, compostissimi ma privi di ogni capacità empatica?
    Mi vengono in mente due esempi, diversissimi fra loro.
    Il primo è la pediatra dei miei figli, bravissimo medico e per me di certo una Signora. Mai ansiogena, mai infastidita da genitori che scambiano il suo studio per quello di uno psicologo familiare. Sempre sorridente, sempre sollecita nei confronti dei grandi e dei piccini. Discretissima, scopro per caso che oltre al suo lavoro viaggia ogni anno in posti remotissimi per garantire un mese di visite e cure pediatriche ai bambini dei luoghi più sperduti del mondo.
    Il secondo è un mio carissimo parente acquisito, un eterno ragazzone simpaticissimo e eccesivo, scanzonato, dissacrante, antiretorico. Il giorno che scoprì la ripresa del suo orribile cancro passò a trovarci in campagna, si fermò tutto il pomeriggio con noi e trovò il modo di mettere a punto un gioco di prestigio super di cui ancora oggi i miei figli non smettono di parlare. Non un accenno.
    Resta poi da vedere se i signori lo sono in tutti i loro contesti, o solo in alcuni. Come la mettiamo, per esempio, se al lavoro ci troviamo aggrediti o emarginati con il solo scopo di farci perdere il controllo e sbottare?
    (La colonna sonora si è prodotta spontanea: mentre vi leggevo ho cominciato a canticchiare: “ She gets too hungry for dinner at eight, she likes the theatre, but never comes late…”, nella versione di Frank, of course!)

    1. Carissima,
      gli esempi che hai portato sono meravigliosi, e anche la colonna sonora è – come sempre – azzeccatissima.
      Si, per dirla con Frank la vera signora non sfoggia le perle a sproposito; e come dicevi tu, scivola tra le situazioni più varie con infinita naturalezza, ascolta il prossimo con vera empatia, è sempre gentile e accogliente con tutti. Altro che “non sapete chi sono io!”.
      E ancora si, dovrebbe mantenere il suo aplomb in tutte le circostanze, a maggior ragione dove si cerca di farla/o cadere in fallo. Sul lavoro, lo so per esperienza, in questo sono dei campioni, e dunque non bisognerebbe mai, mai, mai dargli la soddisfazione di perdere le staffe: credimi,questo urta e spiazza molto più di una scenata, e toglie all’antagonista moltissimi argomenti 😉
      Adesso però aspettiamo di sentire cosa ne pensa Blasé…

      1. Certo:la scenata no! Ma ho sperimentato che molte angherie sono a scopo teatrale. Servono cioè a vedere se reagisci e come. Dopo una prima serie sono riuscita a rispondere più che a tono, platealmente e con ironia (ci sono voluti mesi di preparazione, ma ho colto l’attimo e ce l’ho fatta!). Il resto dei colleghi ha reagito con (ipocrita?) solidarietà, appoggiando il mio ardimentoso gesto, e il gruppetto di arciseniors livorosi ha smesso (almeno per ora).

        1. Hai fatto benissimo. Però almeno qui tra noi diciamocelo, non sarà signorile ma a volte una bella scenata sarebbe più che giustificata, e anche molto terapeutica. E il paradosso è che se la fa un uomo gli altri lo ammirano perché lo considerano uno che non si fa mettere i piedi in testa. Se invece a sfogarsi è una donna, come minimo le danno dell’isterica, quando non la seppelliscono di insulti sessisti. Che tristezza…

          1. Oh Yesss! (Cfr. recente manuale post femminista -da passeggio ma non troppo-, opera di nota CEO di noto social network)

    2. Mia cara Animula, in un paese normale (l’Italia attuale, putroppo, non lo è) il problema non si porrebbe nemmeno: sarebbero infatti valorizzate le competenze, che in fondo sono le basi della signorilità in ambito professionale, e non altre misteriose qualità. E di fronte alla maggiore competenza, non c’è mobbing che tenga…

      1. Caro Blasé, la valorizzazione delle competenze è osteggiata da chi ha il potere ma non le competenze medesime. Ovvio, mi direte.
        Ma se per caso chi ha maggiori competenze riesce a inserirsi in un sistema che per il resto ne è privo, allora l’ostracismo sarà totale, insieme al sistematico disconoscimento delle competenze ( ha avuto fortuna… deve tutto a tizio…da quando ha avuto i bambini non lavora più come prima…).
        Questo è il motivo, a mio parere, per cui un full professor inglese o americano discute della tua ricerca davanti a un caffè, ti permette di raccontargli su cosa lavori trattandoti da pari (anche se hai età, provenienza geografica e appartenenza di genere diversa) e un professore ordinario italiano ritiene di auto sminuirsi se risponde alle mail dei suoi studenti.
        Ciò nonostante, do torto a Walter Siti: resistere serve, eccome!

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