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The Spoon by shinerDalle mie parti novembre è il mese delle nebbie. Quelle che non danno scampo e ti affondano dentro, fin nel più profondo dell’anima. Quelle nebbie che quando ti alzi non vedi al di là della strada, e allora vorresti solo tornare sotto le coperte e non uscire più fino a primavera.

Le stesse nebbie però, con il passare delle ore, cedono spesso il posto ad un cielo terso e luminoso, e ad un sole che miracolosamente intiepidisce l’aria; non per niente i primi giorni di novembre sono chiamati “estate di san Martino”. Purtroppo questa piccola magia non dura che poche ore. Già nel primo pomeriggio la nebbia riprende a farla da padrona, e quell’odiosa umidità che si infila dentro le ossa spinge a rifugiarsi il prima possibile a casa: perché da casa, in fondo, la nebbia non fa così paura, sembra solo una morbida coperta d’ovatta che avvolge e protegge dal mondo esterno.

Finisce così che quest’anno a novembre i colori della nebbia me li porto anche a tavola. Grigio perla, bianco opaco, tocchi di acciaio e d’argento, più sapore d’antico che in qualunque altro momento dell’anno. A volte mi piace rischiarare il tutto con una punta di colore, sempre delicata e discreta: i rosa e i viola delle mie amate orchidee, un po’ di azzurro che richiama questi improvvisi sprazzi di cielo terso, il verde delle ultime foglie. Quindi via a tessili sui toni del grigio, piatti rigorosamente bianchi o al limite sempre sul grigio, bicchieri trasparenti, il tutto dalle linee molto d’antan; per le posate avrei quasi voglia di tirar fuori l’argenteria, se per il quotidiano non fosse davvero eccessiva. Qualche idea? Come sempre, guardate qui.

Quanto alla cucina, passato questo ottobre così tiepido è tempo di tornare a sapori più ricchi, morbidi e accoglienti, quelli che richiedono tempi di cottura più lunghi, ma ripagano ampiamente con un gusto che – c’è poco da fare – le cose preparate rapidamente proprio non hanno. Risotti, polente, brasati, spezzatini e zuppe fatte pipare lentamente su fiamme bassissime: è la mia cucina preferita, quella che ho respirato fin da bambina. E per quanto i miei ritmi di vita me la consentano meno spesso di quanto vorrei, è anche quella che più di tutte mi fa sentire a casa.