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Storie di un tempo passato. Nespole, pannocchie, giuggiole e mele cotogne

da Pinterest
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Ho sempre vissuto in città, e non l’ho mai amata. Ne apprezzo la comodità perché sono fondamentalmente pigra, ma più passa il tempo più soffro il rumore, l’aria pesante, gli spazi angusti, la fretta, la crescente mancanza di relazioni. Vorrei davvero mollare tutto e trasferirmi in campagna, e chissà, forse un giorno prenderò coraggio e lo farò.

Credo che, in fondo, il vero imprinting me l’abbiano dato, da bambina, le vacanze di fine estate dalle zie di mia madre, il leggendario giardino dell’Adelina, i pomeriggi in campagna condivisi ogni domenica con gli amici dei miei genitori e le loro famiglie.

Ci ho pensato perché mi sono improvvisamente resa conto che i miei ricordi di quei periodi si concentrano in questo periodo dell’anno, e sono quasi tutti legati a frutti “antichi” che in qualche caso vedo si stanno riscoprendo.

Dalle zie si trascorrevano intere settimane, di solito a settembre (la scuola “ai miei tempi” iniziava il primo ottobre), facendo banda con un imprecisato numero di cugini più o meno coetanei. Ero molto piccola e non ricordo molto, eppure ho alcuni momenti perfettamente fotografati nella memoria: il faticoso e proibitissimo arrampicarsi sull’albero del vicino per rubare le nespole da portare alla prozia più anziana, che ne andava ghiotta; le avventurose corse tra i filari di un immenso campo di pannocchie, una vera giungla per noi bambini, che tanto ci divertivamo a rubarne qualcuna per poi trasformarla in pupazzetti un po’ buffi e un po’ inquietanti. Ho anche il vago ricordo di un cane nero vecchissimo, sordo e quasi cieco, al quale era severamente proibito avvicinarsi da quando, disturbato nel sonno, aveva mollato un significativo morsicone ad uno suoi padroncini. Chissà, forse la mia rispettosa diffidenza nei confronti dei cani – che, lo confesso, permane nonostante il mio grande amore per Ninni – risale ad allora…

Il giardino dell’Adelina, già incantevole per quell’atmosfera crepuscolare al limite della decadenza che vi ho descritto qui, era fonte di quello che per me rimane l’albero delle delizie: il giuggiolo, con i suoi meravigliosi piccoli frutti dalla stagione brevissima. La nonna ne riportava a casa un piccolo bottino (anche l’Adelina era ghiotta di giuggiole, perciò le distribuiva con parsimonia) che ci spartivamo in segretezza, litigandoci quelle più croccanti: in realtà non c’era molto da nascondersi, visto che in famiglia piacevano solo a noi due, ma volete mettere il divertimento e la complicità?

Le domeniche in campagna volevano dire cani, gatti e un altro stuolo di coetanei, figli degli amici dei miei genitori che si davano appuntamento quasi tutte le settimane a casa dei più fortunati di loro (almeno per me), che appunto vivevano fuori città. Il giardino, se pure tutt’altro che piccolo, ci stava decisamente stretto, e non era insolito sciamare fuori dai suoi confini alla ricerca di nuove e più suggestive avventure. All’ora di merenda, però, non c’erano storie: il tè con pane e marmellata aveva maggiore appeal della più mirabolante esplorazione. La padrona di casa, cuoca eccellente, aveva passione per le marmellate insolite, almeno per una bambina di città. Guai a cercare nella sua dispensa quelle belle confetture dai colori psichedelici che affollavano gli scaffali del supermercato, nei suoi barattoli c’era ben altro: frutta vera, e nemmeno la più comune. La preferita era la marmellata di mele cotogne, e come riuscisse a trasformare quelle creature sgraziate in qualcosa di così delizioso era per me una vera magia. Anche qui, mi chiedo se la mia propensione per ciò che è semplice e vero non nasca da questi ricordi.

E voi, avete qualche storia legata a frutti della terra un po’ retrò? E’ il momento di raccontarla, se vi va.

11 pensieri riguardo “Storie di un tempo passato. Nespole, pannocchie, giuggiole e mele cotogne”

  1. Non so se il mio ricordo vale, perché non ha come protagonista un frutto retrò, bensì le comunissime pesche…Per me la felicità, o perlomeno quel tipo di felicità che deriva dal sentirsi sicuri, amati e dal non avere pensieri al mondo (e che forse si dovrebbe definire più propriamente serenità) tipica dell’infanzia e di cui ci si rende conto con nostalgia solo da adulti, rimpiangendola non poco, ha il sapore delle pesche cotte con un goccio di vino bianco.
    Le preparava la nonna tutte le sere in campeggio, ed erano sempre lì ad aspettarci al rientro dalla serata di passeggiate, svago, giochi.
    Erano pesche, niente di più, ma ora sono per me il sapore ed il profumo di vacanze spensierate, anzi di più: di anni bellissimi e colmi di cura e amore, quella dei miei genitori e quella dei miei nonni materni.
    Quest’anno sono andata in campeggio con la mia (nuova) famiglia: mio marito e i nostri due bimbi. E ogni giorno il ricordo era lì, dolceamaro perché la nonna è mancata quest’anno…è il presente ed è bellissimo e meraviglioso, ma quel passato mi manca tanto, tanto quanto mi mancano i miei nonni.

  2. I nonni sono l’infanzia che ci lascia, oggi è il compleanno di mia nonna, mancata troppo presto ed improvvisamente e per me lei è legata agli gnocchi di patate che faceva ogni domenica con la mia collaborazione infantile e le frittelle di riso ho sempre ricercato questi piatti e non ho mai ritrovato il loro sapore, forse perché in realtà quello che cercavo era lei che è rimasta solo dentro di me

  3. hai risvegliato ricordi belli ma tristi e mi scuso se vi rattristerò. mia mamma adorava le giuggiole, le adorava così tanto da chiamare Giuggiola una gattina “tartarugata” che aveva delle macchiette colore della giuggiola appunto. è un frutto particolare aspro coriaceo e non proprio adatto a una persona malata ma non gliele ho fatte mai mancare nell’ultimo autunno della sua vita. l’altro suo frutto amatissimo era il corbezzolo, una pianta diffusa sul nostro monte Conero perché è un arbusto tipico della macchia mediterranea. la nostra vicina ne ha un alberello e due anni fa ha avuto una produzione straordinaria e lei, ormai quasi sempre a letto, vedeva quei bei corbezzoli maturi dalla finestra, così ho suonato alla vicina (in realtà è una villa semi vuota abitata da una 94enne cattivissima con uno stuolo di badanti) e ne ho raccolti un cestino. la badante si è molto stupita perché pensava non fossero commestibili.

  4. Che bel ricordo Marina
    Comunque credo che dovremmo tutti tornare ad assaporare frutti dimenticati ma tanto più gustosi di quelli perfetti e finti del supermercato.
    Anche i cereali dimenticati potrebbero essere una risorsa per chi come me o il figlio della nostra padrona di casa soffre di intolleranza ad esempio io sto cercando il sorgo, detto anche saggina, perché senza glutine, buono e versatile. Speriamo di riuscire a trovarlo e non a peso d’oro

  5. Vi ringrazio tantissimo per aver condiviso qui le vostre storie, in modo diverso ma mi hanno davvero commossa. Ho aspettato a rispondere perché leggerle mi ha suscitato molti pensieri. Alla fine quella che doveva essere una riflessione sta diventando un post. Spero di farvelo leggere al più presto. Nel frattempo, grazie ancora di cuore.

  6. Un amico dei miei genitori, dopo aver lavorato per molti anni nei laboratori di un’azienda farmaceutica, ha scelto di dare una svolta alla propria vita e aprire un frutteto, in cui i clienti possono cogliere frutta di stagione, e una parte del frutteto ospita proprio varietà di frutti “antichi”, poco comuni, meravigliosi. Una gioia per gli occhi, per il palato e per quello che si impara ascoltando i racconti mai banali del padrone di casa.

  7. La mia è una piccola città ed io ho sempre abitato nella sua periferia, quindi lontana dal traffico del centro. Nonostante sia una città di mare, dietro casa avevamo una vigna che mio nonno aveva piantato prima che io nascessi, la mia casa infatti è in mezzo a quella dei nonni e dagli zii e da bambina quella modesta vigna mi pareva grande e misteriosa, con mia sorella e le mie 3 cugine passavamo i pomeriggi a nasconderci tra i filari mangiando uva quando era il suo momento e “rubando” ogni tanto i frutti del cachi che mi nonno aveva davanti casa, vicino al pollaio e che teneva sempre d’occhio, quasi contandoli, per coglierli al punto giusto e si arrabbiava un po’ quando si accorgeva che il frutto era sparito, c’erano poi alcuni alberi di mele e pere non molto alti tra le cui fronde mi sedevo sgranocchiandone una di tanto in tanto immaginando di essere Candy Candy, l’eroina del momento,
    Adesso la vigna è stata smantellata, mio nonno non c’è più, mio zio pure e mio padre non era più in grado di curarla, così è diventata un grande giardino che costeggia le nostre 3 case, però sono contenta che sia durata abbastanza da accogliere anche le mie figlie che come me vi hanno giocato e hanno pure partecipato a qualche vendemmia prima di poter ricordarla solo nell’ultima foto che le ho scattato prima della disfatta.

      1. I miei ricordi sono legati alla casa del mare dei miei nonni a portovenere… Con un grande giardino a terrazze liguri di cui le ultime adibite ad orto.. Più C’era una Piana, che mio nonno chiamava ” delle bambine( io e mia cugina)” dove erano state messe 2 altalene attaccate agli alberi, uno scivolo è una sabbierà con tanto di fontanella per farci giocare .. A fianco della fontanella c’erano 1 ciliegio è un fico… Forse non erano ciliegie perché erano molto brusche, ma noi le chiamavamo così , all’inizio dell’estate ricordo che mio nonno ci dava il compito di raccoglierle in un cestino di vimini… Non so perché ma quella pianta era sempre piena di bestioline nera e io e mia cugina avevamo il terrore che fossero pidocchi… I fichi a fianco non raggiungevano mai la maturazione… Erano mangiati ancora acerbi da noi bambine con quel gusto agre che ti lasciava la bocca tuta impastata… Nelle ultime piane noi in teoria non potevamo andare… Quindi era il primo posto dove andavamo, non viste , a ” rubare i fagiolini ancora acerbi e l’uva fragola… Il gusto di quei fagiolini acerbi e’ qualcosa che non ho mai più ritrovato… E di cui ho tanta nostalgia .. Carlo il giardiniere toscano che seguiva il giardino tutto l’anno ci sgridava, con finta aria burbera, quando andavamo nelle piane più alte … Ci prendeva in braccio e ci diceva” siete 2 bischere e se tornate su io vi butto al mare tutte e 2!!”… E noi ridevamo come matte… Senza questo rimprovero probabilmente non avrei mai mangiato i fagiolini … Che, per altro , non mi sono mai piaciuti…

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