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©acasadibianca

©acasadibianca

L’autunno è una stagione dolce e malinconica. Dà più di ogni altra il senso del tempo che passa, con la natura che poco a poco si acquieta per prepararsi al lungo sonno dell’inverno. L’inizio è vivido e brillante, con le giornate che si fanno più limpide, il cielo perfettamente blu, le foglie che si colorano di rosso e di giallo, gli ultimi frutti che stupiscono per la loro dolcezza. Poi, piano piano, il colore si affievolisce fino a scomparire: la frutta si fa più umile e asciutta, le foglie si trasformano in un tappeto polveroso, il cielo si offusca di nebbia e nuvole cupe.

Certo, tutto questo non è che una pausa, una ripresa di respiro prima della nuova esplosione di vita che arriverà con la primavera. Ma pur sapendolo, è inevitabile che una simile atmosfera richiami delle riflessioni, anch’esse un po’ dolci e malinconiche, come questa stagione cui oggi diamo il benvenuto.

I miei pensieri nascono soprattutto dalla lettura dei commenti all’ultimo post, che avevo dedicato ai frutti antichi e ai ricordi d’infanzia che a essi mi legano. Leggere le vostre storie, tanto tenere da risultare struggenti, mi ha molto colpito. E ho pensato a quanto si dice sul cibo come legame affettivo tra le persone.

Il più delle volte si associa questo pensiero all’atto del cucinare: si pensa che per trasmettere amore il cibo debba essere manipolato, e sia lo sforzo impiegato nella manipolazione a dare il senso dell’affettività. In realtà non credo sia così, e le mie e le vostre storie me lo hanno confermato.

Sono profondamente convinta che ciò che fa del cibo un veicolo d’amore sia, più ancora della perizia con cui è preparato, lo spirito con cui viene offerto e condiviso: a questo punto, c’è poca differenza tra un piatto di complicata esecuzione e un semplice frutto appena raccolto. E’ l’amore a rendere ugualmente speciali le giuggiole mie e di Marina, le pesche di Dinah, gli gnocchi di Sabrina e l’uva di Katia.

Lo aveva capito già cent’anni fa Antoine de Saint-Exupéry, in quel capolavoro assoluto che è “Il Piccolo Principe”.

“Ho sete di questa acqua”, disse il piccolo principe, “dammi da bere…” 
E capii quello che aveva cercato! Sollevai il secchio fino alle sue labbra. Bevette con gli occhi chiusi. Era dolce come una festa. Quest’acqua era ben altra cosa che un alimento. Era nata dalla marcia sotto le stelle, dal canto della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia. Faceva bene al cuore, come un dono. Quando ero piccolo, le luci dell’albero di Natale, la musica della Messa di mezzanotte, la dolcezza dei sorrisi, facevano risplendere i doni di Natale che ricevevo. 
“Da te, gli uomini”, disse il piccolo principe, “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano…” 
“Non lo trovano”, risposi. 
“E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua…” 
“Certo”, risposi. 
E il piccolo principe soggiunse: 
“Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore”. 

Buon autunno, amiche mie.