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Brocante folies!, la guida. 16. I decori. Minton e altri, “Willow”

©acasadibianca
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Nell’ultimo post della nostra serie, parlando dell’”Asiatic Pheasant”, abbiamo detto che la sua fortuna nacque dal desiderio di portare in tavola piatti con un decoro più lieve e romantico rispetto al precedente best seller, un decoro di ispirazione orientale noto come “Willow”. In effetti sarebbe stato più sensato parlare prima di quest’ultimo, ma ammetto di essermi lasciata influenzare dalla mia scarsa simpatia per questo decoro, francamente un po’ troppo cupo per i miei gusti. Vi chiedo scusa, e prometto che, se mai riuscirò a trarre un pdf da questa piccola serie, l’ordine sarà ripristinato.

Ma veniamo a noi. Il decoro “Willow” fu creato attorno al 1790 dalla manifattura Minton, che si ispirò ai classici (e amatissimi all’epoca) pattern orientali. Il “Willow”, declinato inizialmente in un intenso blu inchiostro, raffigura infatti un ameno paesaggio fluviale cinese, che vede tra i suoi protagonisti una pagoda, un ponte, una barca, un recinto e ovviamente un maestoso albero di salice (willow, appunto). Il successo di questo decoro fu così profondo ed immediato da farlo rapidamente imitare da Royal Worcester, Spode, Adams, Wedgwood, Davenport e altri, con minime variazioni rispetto al modello originale. Oltre che in blu, fu realizzato in rosso, verde e marron, ma la variante originale rimase (e resta tuttora, visto che il decoro è ancora in produzione) senza dubbio la più diffusa ed amata.

dal web
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In origine il disegno era piuttosto semplice, e più aderente all’originale cinese da cui la Minton trasse ispirazione: mancavano l’albero di mele, le due colombe e il ponte, aggiunti in una variante successiva e che permasero anche nelle produzioni delle altre manifatture.

dal web
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Per promuovere il “Willow” la Minton ideò e diffuse una storia ispirata ai particolari pittorici del decoro che divenne così popolare da farne rapidamente dimenticare la recente invenzione: ben presto, il pubblico finì per ritenere il decoro ispirato alla storia, e non il contrario.

Secondo questa pseudo-leggenda, il “Willow” racconterebbe la drammatica vicenda di due amanti cinesi, la figlia di un Mandarino e un umile dipendente del padre. Scoperta la loro relazione, il Mandarino allontanò il ragazzo e organizzò le nozze della figlia con un ricco quanto odioso nobile, che come dono di nozze le portò uno scrigno pieno di gioielli. Alla vigilia della cerimonia nuziale, prevista la mattina della prima fioritura del salice che sorgeva nei pressi del palazzo, il giovane riuscì a raggiungere la sua amata e a fuggire con lei (e con i gioielli). Tempo dopo, il nobile riuscì a ritrovarli e per vendetta li uccise. Gli dei, mossi a compassione, tramutarono gli sventurati amanti in una coppia di colombe.

La storia ebbe una fortuna straordinaria, che andò ben oltre le intenzioni dei suoi ideatori. Nel 1902 ne fu tratta un’operetta, The Willow Pattern, con libretto di Basil Hood e musica di Cecil Cook: rappresentata per la prima volta al Savoy Theatre di Londra il 14 novembre 1901, venne replicata per ben 110 serate. In seguito lo spettacolo venne portato in tournée sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, dove riscosse un analogo successo.

Nel 1914 fu realizzato il film muto The Story of the Willow Pattern, interpretato da Robert Brower e Bessie Learn. Nel 1965 lo scrittore Robert van Gulik prese spunto dalla storia per il storia nel suo romanzo giallo The Willow Pattern (La casa del salice, in italiano), mentre nel 1992 l’autore e regista Barry Purves realizzò un cortometraggio a cartoni animati intitolato Screen Play, dove però la storia è ambientata in Giappone.

E tanto per far capire quanto profondamente questo decoro sia entrato a far parte dell’immaginario collettivo dei paesi anglosassoni, non si può non menzionare il romanzo per bambini Blue Willow, scritto dall’americana Doris Gates nel 1940. Il libro, uno dei primi romanzi per ragazzi dai contenuti fortemente realistici, racconta le vicissitudini della piccola Janey e della sua famiglia negli anni della Grande Depressione. La bambina, costretta a trasferirsi continuamente al seguito del padre, alla disperata ricerca di un po’ di lavoro, ha come unico tesoro un piatto “Blue Willow” appartenuto alla sua trisnonna. Janey lo ama e lo protegge perché il suo decoro rappresenta per lei il sogno di un futuro migliore: una casa vera e stabile, all’ombra di un grande salice, proprio come quella dipinta sul suo piatto. La troverà? Leggete questo romanzo, e lo saprete. E davanti a un “Blue Willow”, probabilmente non penserete più “è solo un piatto”.

8 pensieri riguardo “Brocante folies!, la guida. 16. I decori. Minton e altri, “Willow””

  1. DEVI fare il pdf e far in modo che tutti gli appassionati di potteries possano scaricarlo, perché tu ci stai dimostrando che non è “solo un piatto”. grazie per quello che scrivi e ci racconti.

  2. Sì sì, pdf a furor di popolo 🙂
    Comunque è incredibile come da una storia creata per quella che oggi sarebbe una campagna di marketing sia nato un filone narrativo tanto fecondo… addirittura ne sono stati tratti cartoni animati! Grazie per raccontarci queste storie interessanti e come in questo caso davvero particolari.

    1. Quello che mi stupisce è quanto sia ancora profondamente radicata, a distanza di duecento anni, e quante strade diverse abbia preso: opera, cinema, letteratura… pensa che l’ho trovata citata persino in una raccolta di fiabe giapponesi, quando tutti confermano che si tratta di un racconto inventato di sana pianta appunto per esigenze di marketing. E’ davvero interessante, non trovi?

  3. per fortuna il Willow non è tra le mie passioni – non amo i soggetti cinesi, pagode annessi e connessi – però la storia è super affascinante. per fortuna a me piacciono “solo” il Blue Italian, l’Asiatic e il Regal Peacock… più cosine sparse, tanto per gradire 😀 😀
    solo che mentre prima di conoscerti mi limitavo ad acquisti fortuiti qua e là – e ad abbandoni visto che l’unico negozio della mia zona vende a prezzi esorbitanti poche cose e le altre le devi ordinare e arrivano sei mesi dopo – adesso sono nel pieno trip “cerchiamo di scovare i pezzi che mi mancano”… tipo un piatto da portata dimensioni ridotte che ha la mia amica di Milano e io non ero mai riuscita a trovare.

    1. Come ti capisco… mi intrippo anch’io da sola, non ti credere. L’avvento del commercio on line poi è stato la mia rovina, altrimenti dove mai avrei trovato i vari Burleigh, Spode e compagnia? Qui nella triste provincia no di sicuro… e comunque mi consolo pensando che, nel caso, li avrei pagati almeno il triplo 😉

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