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©Lorant Fulop

©Lorant Fulop

Correva la primavera del 1997. L’Occidente passava le sere con il naso all’insù ammirando la cometa di Hale Boop, sorpresa astronomica dell’anno che aveva deliziato esperti e semplici sognatori, segnando anche il riscatto per quanti (compresa la sottoscritta) avevano “bucato” causa maltempo il passaggio, undici anni prima, della più celebre cometa di Halley.

Più che a guardare le stelle, a dire la verità, io passavo le serate sui libri, preparando uno di quei concorsi che si fanno più per caparbietà che per vera speranza di un risultato. Ogni tanto però alzavo lo sguardo alla finestra, e la vedevo, luccicante, giusto sopra la punta dell’enorme cedro del Libano che torreggiava nel giardino dei vicini.

Quel giardino era separato dal cortile della nostra casa da un muretto alto circa tre metri, quasi completamente ricoperto d’edera, che correva proprio sotto i rami più bassi del cedro per iniziare giusto sotto la finestra della cucina e, un piano più su, della mia camera.

Una di quelle sere, insolitamente calda per la stagione, ero appunto in camera a studiare: le finestre erano aperte e l’ultima luce del crepuscolo stava sfumando, per lasciare posto al cielo stellato e alla sua chiomata regina. A un certo punto mi arrivò chiaro, chiarissimo, un sonoro “miao!”. Non un “miao” debole o spaventato, ma un “miao” cordiale e allo stesso tempo quasi imperioso. Mi affacciai alla finestra, intravvedendo una figurina scura seduta sul muro.

Scesi in cucina e mia affacciai di nuovo, per vedere molto chiaramente un bellissimo gattone nero che guardava con interesse alla finestra illuminata. Potrà sembrare folle, ma ricambiai educatamente il suo saluto e lo guardai mentre si acciambellava sereno tra le foglie d’edera e prendeva sonno. Immaginando fosse un nuovo arrivo del palazzo vicino, e confidando nella sua capacità di tornare da dove era venuto, andai a dormire senza pensarci più.

La mattina dopo, stessa storia. “Miao!”. Con me si affacciò anche mio padre, studiando il nuovo arrivato che sembrava decisamente reclamare le nostre attenzioni. Appurato in giornata che non era di nessuno, e pensandolo proveniente da una delle colonie feline che ancora popolavano il centro città, cercammo di convincerlo a scendere per poterlo rifocillare, ma invano. Il gatto stava bene lì sul muro, spaparanzato al sole o pigramente adagiato all’ombra del cedro, secondo le ore della giornata.

Il secondo giorno cominciammo a preoccuparci: apparentemente, il gatto non scendeva nemmeno durante la notte, e i suoi miagolii sempre più insistenti lasciavano immaginare un crescente bisogno di acqua e cibo. Non riuscendo a raggiungere la sommità del muro dal basso, ci industriammo per foraggiarlo dall’alto: un cestino con crocchette e una vaschetta con l’acqua salivano e scendevano dalla nostra cucina al domicilio del micione, che battezzammo Cosimo Piovasco di Rondò, come il barone rampante protagonista dell’omonimo romanzo di Italo Calvino.

Sì, perché il nostro micio si era chiaramente trasferito a vivere sul muro, dove mangiava, beveva, dormiva e ogni tanto pigramente cacciava (con scarsi risultati) qualche lucertola.

La faccenda continuò per quasi due settimane, e iniziavamo a chiederci cosa ne sarebbe stato di questo gatto, che a dispetto del nome certo non avrebbe potuto vivere per sempre sopra un muro. Intanto il concorso di avvicinava, e la luce della cometa di Hale Boop si affievoliva ogni sera di più.

Arrivò il momento di partire per la città sede d’esame. La cometa ormai era scomparsa, e non so perché ma non mi stupì più di tanto affacciarmi alla finestra per salutare Cosimo e scoprire che era sparito. Lasciai comunque istruzioni per il suo accudimento e me andai. Ma come immaginavo, il nostro nero barone a quattro zampe non sarebbe più tornato, né si sarebbe più visto in zona: apparso e scomparso, come si conviene a quelle creature sovrannaturali che sono i gatti.

Per la cronaca, il concorso poi andò bene. Non mi cambiò la vita, perché alla fine optai per un’altra professione, ma sono davvero convinta che il gatto nero e la cometa mi abbiano portato fortuna, a dispetto di tutte le sciocche superstizioni che avrebbero fatto credere il contrario.