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Tea, anyone? Introduzione. Il sonnellino dell’Imperatore

©acasadibianca
©acasadibianca

Se è indubbio il primato del tè come bevanda più antica della storia, e seconda nel consumo solo all’acqua, misteriose sono le sue origini.

Secondo la leggenda cinese, un giorno l’imperatore Shen Nung (III sec. a.C.), detto “il Divino Agricoltore” per l’impulso che diede alle tecniche di coltivazione, si sedette a riposare accanto a una pianta di tè selvatico. Il sovrano non beveva altro che acqua bollita, e destino volle che alcune foglie di tè cadessero proprio nel recipiente dove l’acqua stava bollendo, rendendola di un affascinante colore dorato. Incuriosito, l’imperatore assaggiò l’infuso: fu così colpito dal sapore delizioso e dal senso di benessere che subito lo pervase da promuovere istantaneamente l’uso del tè come bevanda e la coltivazione della sua pianta.

In India invece si attribuisce la scoperta del tè a Bodhidarma, figlio del re delle Indie Kosjuwo. Attorno al 600 a.C. il principe raggiunse la Cina per un viaggio spirituale, e fece voto di non dormire per tutti i sette anni del suo percorso di meditazione. Dopo cinque anni di veglia però fu colto da un torpore insostenibile e, nel tentativo di non cedere al sonno, afferrò e masticò alcune foglie di un cespuglio che gli cresceva accanto. Il delizioso sapore e le prodigiose proprietà della pianta gli fecero subito riprendere vigore: aveva scoperto la pianta del tè.

Leggende a parte, è certo che la patria del tè è la Cina, dove questa bevanda è documentata in uso almeno 5000 anni fa. Grazie allo stretto contatto tra i monaci buddisti cinesi e giapponesi, il Giappone fu il primo paese al di fuori della Cina ad adottare il tè, come bevanda in uso durante la meditazione.

Per arrivare alla diffusione europea del tè dobbiamo però arrivare al 1632. Come spesso accade, cominciò tutto per caso. Le prime partite di tè infatti sarebbero arrivate in Occidente come riempitivi di navi portoghesi o olandesi, che volevano viaggiare con le stive a pieno carico. L’iniziale indicazione d’uso della bevanda era terapeutica e, intuendone le potenzialità commerciali, dal 1637 la Compagnia Olandese delle Indie Orientali ne iniziò un’importazione massiccia.

In poco tempo gli Olandesi iniziarono ad apprezzare la nuova bevanda, e già alla metà del secolo il suo consumo pomeridiano era diventato un’abitudine. La fama delle virtù medicamentose del tè raggiunsero ben presto l’Inghilterra, dove il suo consumo si diffuse velocemente, soprattutto grazie alla Regina Caterina di Braganza (1638-1705), sposa di Carlo II d’Inghilterra, che ne era accanita bevitrice.

In Francia uno dei primi ad apprezzare questa bevanda esotica fu nientemeno che Luigi XIV, il Re Sole, entusiasta delle sue proprietà terapeutiche. Molte dame di corte, tuttavia, continuarono a preferirgli la cioccolata e il caffè, affermando senza mezzi termini che il tè sapeva “di fieno e di letame”.

Del resto nemmeno in Inghilterra il tè venne subito capito da tutti. Racconta lo scrittore e poeta Robert Southey (1774-1843) che una signora di campagna ne ricevette in dono mezzo chilo da un’amica di città, desiderosa di farle conoscere la novità del momento. Non sapendo bene cosa farne, la gentildonna lo fece bollire, ne spalmò le foglie sul pane tostato e imburrato e lo servì alle amiche, che lo giudicarono “interessante, ma non proprio di loro gusto”.

Nell’Ottocento il tè era diffuso in tutto l’Occidente e per questo motivo si iniziò a coltivarne intensamente le piante in India, Ceylon e Indonesia. Come scrive lo storico Bill Bryson, ormai il tè “veniva trangugiato dai manovali e sorseggiato dalle signore. Veniva bevuto a colazione, a pranzo e a cena. Fu la prima bevanda della storia a non appartenere a una classe in particolare, e la prima ad avere il suo momento rituale durante la giornata: l’ora del tè”.

Ma questa, come si dice, è un’altra storia. Anzi, è proprio la storia che andremo a raccontare nei prossimi capitoli.

9 pensieri riguardo “Tea, anyone? Introduzione. Il sonnellino dell’Imperatore”

  1. Presa dal solito giro di problemi mi sono dimenticata di commentare dopo avere letto questo post… aspetto il seguito. E vi dico solo che sulla materia c’è parecchia confusione. La settimana scorsa a Colorno una simpatica guida ci ha indicato un decoro sopra una parete. C’erano vari oggetti fra cui un bricco evidentemente da caffè perché alto e lungo ma il commento è stato “ecco la dimostrazione che la duchessa Maria Luigia prendeva il tè della cinque”. Peccato che Maria Luigia abbia soggiornato a Colorno i primi tempi della sua permanenza a Parma dove era arrivata nel 1816 e che il sia entrato in uso ben dopo… ma non vi voglio rivelare nulla 😉
    ah e infine c’è in questi giorni una pubblicità con una signora inglese che prende il tè e anche lei usa un bricca da caffè, mannaggia alle agenzia pubblicitarie ignoranti.

    1. Ma come, non hai mai sentito parlare della famosa “teiera alta” 😀 😀 😀 ?
      Questa l’ha detta una persona che conosco, nota anche per spacciare le tazze da consommé come “tazze da cioccolata” .
      Del resto se devi vendere dei bricchi da caffè che un tempo erano in tutte le case e oggi non usa più nessuno, qualcosa ti devi pur inventare 😉

  2. Finalmente riesco a leggermi in santa pace il primo articolo della nuova serie. Noi al tè dobbiamo molto, perché alla sua diffusione dobbiamo la nascita di magnifiche porcellane create ad hoc per sorbire questa bevanda in un rito sempre affascinante. Tra l’altro, tè e porcellane, nati entrambi in Cina… e qui siamo appassionate di tutti e due… dopo la gita di Altezza Reale a Parma ci sarà una trasferta dei lettori di A casa di Bianca nelle province del Celeste Impero? Magari…. 🙂
    Aspetto il prossimo articolo e nel frattempo cerco di uscire dall’isolamento da mancanza di rete.

    1. Guarda, ultimamente non riesco a mettere piede fuori di casa senza che mi si scateni addosso la jella 😦
      Comunque, visto che sognare è gratis, proporrei se mai una collaborazione con Marina per un bel Royal Tour d’Oltremanica. Con pomeriggi a base di Afternoon Tea come se piovesse, ovviamente 🙂

  3. A proposito di maria luigia duchessa di Parma per quanto so ebbe una vita lunga per i suoi tempi morendo a metà dell’ottocento…e da parmigana verace ti posso assicurare che tutti gli arredi presenti ora alla reggia di Colorno non sono rimasti li dai tempi della nostra amatissima duchessa, la reggia ebbe sorti alterne diventando anche per lungo tempo manicomio…il recupero per altro parziale della reggia dura da lungo tempo… e gli oggetti provengono in parte dalla collezione glauco lombardi ( Parma via Garibaldi) ed in parte da collezioni private…baci baci baci Ale

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