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Gemona del Friuli (dal web, autore sconosciuto)

Faceva incredibilmente caldo, per essere l’inizio di maggio, e infatti ricordo che avevamo cenato con le finestre aperte. Il profumo di primavera, segnato dalla prima fioritura del nostro gelsomino, era intenso e generoso. Stavamo guardando un film in televisione (mi sembra “Il mistero delle dodici sedie”, di Mel Brooks). Ad un certo punto la scena si animava di grande trambusto: accidenti che bel film, pareva quasi di essere dentro la televisione! Un momento: non era il film, stava succedendo davvero. Il pavimento tremava, tremava sempre più forte. I bicchieri e le tazze tintinnavano con intensità crescente nella credenza, le ante vibravano, vibravano, fino a spalancarsi di botto.

“Il terremoto!”. Non so come, ci siamo ritrovati a correre a perdifiato giù per le scale, siamo usciti in strada e saltati in macchina, papà è partito e si è fermato solo nel bel mezzo di una piazza, lontano dalle case che ci sembravano ancora oscillare. Siamo rimasti in auto, al sicuro, aspettando che il giorno tornasse e si capisse cos’era successo. Avevo otto anni, ma ricordo ogni istante di quella notte.

Le notizie non furono confortanti, anzi. Il sisma aveva colpito durissimo, non molto lontano dalla nostra città, e soprattutto a pochi chilometri dal paese di origine della mamma. I nostri cari per fortuna stavano bene e non avevano subito gravi danni, ma c’erano moltissime vittime, e ancora più persone rimaste senza casa.

Impensabile restare con le mani in mano. La protezione civile era ben in là da venire, ma c’erano gli Alpini, i nostri Alpini, e presero in mano il coordinamento degli aiuti. In famiglia, a scuola, nei luoghi di lavoro si raccoglieva tutto quello che si poteva e si affidava a loro, certi che sarebbe stato ben distribuito.

Passò l’estate, arrivarono le nuove, drammatiche scosse di settembre: ancora vittime, ancora sfollati. Le tende dell’esercito non bastavano più, e l’inverno si avvicinava a grandi passi. Tramite il passaparola, venimmo a sapere che si cercavano camper e roulottes per ospitare anziani e famiglie con bambini piccoli. Partimmo una mattina prestissimo, la nostra roulotte – vecchiotta e malconcia, ma pur sempre dignitosa – piena di coperte e (dietro richiesta sussurrata non senza imbarazzo) di uno di quei generi indispensabili che a pochi viene in mente di offrire e che ci si vergogna a chiedere: la carta igienica.

Ricordo benissimo quel viaggio, passato in silenzio, con il naso incollato la finestrino. Quei luoghi che mi erano stati così familiari erano del tutto irriconoscibili, non si vedevano che macerie. Arrivammo a Gemona del Friuli, la nostra meta, per consegnare la roulotte e il suo contenuto. Ricordo che, da bambina appassionata di archeologia e misteri, chiesi se le famose mummie di Venzone si fossero salvate, e venni rassicurata con un sorriso dal parroco in persona: lì avevano ben chiaro che quella che poteva sembrare insensibilità era solo un modo infantile di difendersi da tanto dolore.

Anche il viaggio di ritorno trascorse in assoluto silenzio. Non credo di essere mai stata così contenta di rivedere la mia casa, la mia cameretta, i miei giochi. Di fatto, non ci era successo niente: eppure la paura di quella notte, e il gelo dell’anima di quel viaggio me li porto ancora dentro.

Tornammo a riprenderci la roulotte la primavera successiva. Erano arrivati i prefabbricati, più grandi e confortevoli, e soprattutto già ferveva il movimento della ricostruzione: quel “modello Friuli” che tanto viene osannato, ma che dall’Irpinia in poi è sempre stato così difficile da replicare.

Mi auguro che almeno questa volta le cose vadano diversamente. E’ il minimo che dobbiamo a chi ha provato nel modo più crudele come basti meno di un minuto per perdere tutto ciò che si ha di più caro.

Ps. Ho illustrato questi ricordi con una foto reperita sul web, di cui non era indicato l’autore. Se qualcuno la riconoscesse, per favore me lo segnali. Grazie.