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In principio fu Micione. Era un enorme gatto rosso di colonia che un bel dì decise di seguire mio padre dal lavoro fino a casa. Si presentò così amichevole e sicuro di sé che nessuno ebbe il coraggio di metterlo alla porta, e divenne il nostro gatto part time per quasi un anno. Micione era veramente gigantesco, e portava addosso i segni di tante battaglie sostenute nella sua dura vita da gattaccio di strada. A dispetto di tanta gloria guerriera, con gli umani era incredibilmente bonaccione, tanto da farcelo considerare un po’ la versione felina di Bud Spencer.

gatto rosso, pixabay, a casa di Bianca, festa nazionale del gatto

©Raiko987

La colonia era a pochi passi da casa, e Micione si divideva equamente tra le sue due famiglie, quella infrattata tra le rovine romane e quella fatta di coccole, pappa buona e dormite sul termosifone. Appariva e spariva secondo il tempo e la stagione, accettando di buon grado il bagno a cui veniva sottoposto quando le condizioni in cui si presentava superavano ogni limite di decenza. Un giorno uscì e non tornò più. Mio padre, incurante degli sguardi giudicanti dei colleghi, andò più volte a cercarlo in mezzo ai ruderi, ma inutilmente. L’olimpo dei gatti, probabilmente, aveva guadagnato una nuova e corpulenta divinità.

Qualche mese dopo arrivò Micino. Rosso anche lui, e praticamente selvatico. Aveva sei dita in una zampa, e soffiava come un dannato a chiunque cercasse di prendersi troppe confidenze. All’opposto del suo predecessore, era un minuscolo gattino di poche settimane: lo aveva trovato un amico di famiglia in un bosco, e aveva ben pensato di “salvarlo” portandolo in città per poi rifilarlo a noi. Molto probabilmente, più che salvarlo, lo aveva sottratto a una colonia di gatti ferali, e non divenne mai veramente domestico. Non era un gatto da città, e lo dimostrò appena gli fu possibile: affidato per le vacanze estive ad un’amica che viveva in campagna, seguì il richiamo della foresta e sparì anche lui.

Fu quindi la volta di Nefertiti, spelacchiato batuffolino tutto nero regalato dalla stessa amica campestre per compensarci della fuga di Micino. In omaggio al suo nome –  scelto dalla sottoscritta in pieno trip egittologico – si trasformò in pochi mesi in una creatura meravigliosa e regale. Il pelo folto e lucidissimo da cui emergevano occhi color smeraldo e l’eleganza con cui incedeva per la casa lasciavano tutti a bocca aperta. Una vera regina, splendida e dolcissima. Ma ancora una volta il destino non fu clemente, e anche lei ci lasciò in fretta.

Ormai era impossibile considerare la nostra famiglia al netto di una componente felina. E così arrivò Eta Beta, adorabile e buffa siamese pacioccona. Ci perdonò in fretta l’improbabile nome disneyano, scelto perché la si pensava un maschio e rimasto anche dopo l’indiscutibile evidenza del primo calore, e ci fu compagna fedele e amatissima per quattordici lunghi anni. Condivise con noi vacanze e viaggi per tutta Italia, devastò meticolosamente divani e poltrone, fu la splendida mamma di due meravigliose cucciolate, nonché compagna di giochi, studio, pisolini pomeridiani. Sorvegliava con scrupolo i miei primi esperimenti di cucina, e divideva con saggezza le sue attenzioni tra tutti gli abitanti della casa, canarino della nonna compreso, cui dedicava lunghe e strazianti serenate.

Dopo di lei, non c’è più stato un gatto di famiglia. Ma siccome la storia è fatta di corsi e ricorsi, da qualche tempo i miei genitori hanno di nuovo un gatto part time: una dolcissima pseudo certosina nota come “la gatta di corte”, soprannome inteso nel senso di “abitante di cortile comune a più case” ma molto adatto a questa creatura color d’argento che concentra in sé la regalità di Nefertiti, l’indipendenza di Micione, la dolcezza di Eta Beta e – quando è il caso – la rustica reattività di Micino. Il gatto perfetto, insomma. Ma del resto, quale gatto non lo è?

Dopodomani, venerdì 17 febbraio, in Italia si festeggia la Giornata Nazionale del Gatto. Auguri a tutti i felini domestici e a quegli umani fortunati che hanno il privilegio di far parte della loro esistenza.