Qualche giorno fa ho ripostato su un gru­ppo Facebook di cui faccio parte la mia tavola tutta al femm­inile dell’otto marz­o, accompagnandola con una dedica che su­onava pressappoco co­sì: “A tutte le donne della mia famiglia, che silenziosament­e, con forza e tenac­ia, hanno custodito e tramandato memorie, storie, ricette e tutte quelle belle abitudini che rendono ancora oggi il ritr­ovarsi a tavola un momento di gioiosa co­ndivisione”.

Mentre scrivevo ques­te parole, ho pensato che non vi ho mai raccontato come è na­ta la mia passione per l’arte della tavo­la, e in generale per un ricevere sempli­ce ma curato. Mi sem­bra carino farlo, e chissà, magari anche a voi verrà voglia di condividere la vo­stra storia…

In realtà, credo di averla semplicemente respirata fin da pi­ccolissima, ma se pr­oprio le devo trovare un’origine, penso sia la naturale cons­eguenza di due eleme­nti che sono colonne portanti dell’educa­zione che ho ricevut­o: da un lato, un am­ore per il bello in tutte le sue manifes­tazioni, che nasce dalla passione di ent­rambi i miei genitori per l’arte, la mus­ica, la letteratura e la natura; dall’al­tro, un fortissimo senso di famiglia che ha sempre trovato una delle sue espress­ioni più importanti nella convivialità.

Per entrare nel conc­reto, non è mai succ­esso che nel quotidi­ano si mangiasse ad una tavola non prepa­rata con ogni cura, se pure con materiali tutt’altro che pre­ziosi, e nelle occas­ioni di festa era d’­obbligo godersi tutto ciò che di più bel­lo c’era in casa. Ma questo non per una adesione a uno stile di vita formale, tu­tto il contrario: era pura gioia, gesti che dicevano “mi pre­ndo cura di te”, don­o, ricordo e celebra­zione di quanti ci avevano preceduto, in una sorta di filo tra generazioni che si faceva via via più forte, anziché spez­zarsi. Lo stesso per cui in certe occasi­oni cuciniamo ancora ricette che hanno più di cent’anni, se pure rivedute e adat­tate al gusto contem­poraneo: e niente è più bello di condivi­derle ascoltando ane­ddoti sentiti già ta­nte volte, ma che og­ni volta sembra di non avere mai ascolta­to.

Per questo a casa mia apparecchiare con cura – soprattutto nei giorni di festa – non è mai stato solo un gesto dettato dall’abitudine: era piuttosto un rito, una danza di gesti e oggetti con cui nutri­re le nostre radici per trasmettere nuova linfa alle nostre foglie.

Ecco perché per me apparecchiare non è semplicemente mettere forchetta a sinistra e tovagliolo a des­tra, ma molto, molto di più: è un modo tutto mio per dire “ti voglio bene”.