Memorie, Ricevere, storie

Storie di un tempo passato. Ricordi d’autunno

Nella mia famiglia d’origine c’è sempre stata l’abitudine di dedicare la domenica alla classica “gita fuori porta”. A volte capitava di visitare un museo, una mostra d’arte, un mercatino dell’antiquariato, insomma qualcosa che mettesse assieme svago, bellezza e cultura. D’abitudine però il dì di festa  voleva dire passeggiata in campagna seguita da un tè goloso a casa di storici amici dei miei genitori, un meraviglioso casale immerso in una delle più belle zone della provincia.

Tramonto autunnale nel bosco

Nasce da queste domeniche la mia abitudine al tè come momento conviviale. Un’abitudine che purtroppo non coltivo quanto vorrei, e ammetto di soffrirne abbastanza, perché per me “tè del pomeriggio” non vuol dire “raduno di signore eleganti col mignolino alzato” bensì amicizia, complicità, chiacchiere, risate e spensierati giochi d’infanzia.

L’apoteosi di queste domeniche così calde e familiari si raggiungeva in autunno. Si passeggiava per le colline dove le vigne si alternavano a ulivi e alberi da frutta, si raccoglievano gli ultimi fiori di campo, e mentre i grandi facevano i loro discorsi noi bambini correvamo come matti respirando a pieni polmoni l’aria già frizzante. Poi, appena il sole calava e l’umidità si faceva sentire, ci si affrettava a rifugiarsi davanti al camino, aspettando che arrivassero in tavola la teiera fumante e la torta di mele o il pane tostato sulla fiamma con la marmellata, rigorosamente prodotta dalla padrona di casa, che generosamente divideva con gli amici le cospicue quantità che uscivano dalla sua cucina.

Ho imparato allora come si prepara un vero tè, rigorosamente nero, rigorosamente in foglie, rigorosamente in teiera bollente: e niente e nessuno riuscirà a convincermi che possa esistere una tecnica migliore.

L’apoteosi di queste riunioni autunnali si raggiungeva con l’arrivo delle castagne. I grandi rispettavano la tradizione che le voleva accompagnate dal vino novello, acquistato da quelli che oggi sono colossi del settore ma che allora erano piccole cantine anche piuttosto alla buona. Noi bambini invece le accompagnavano al solito tè: arrivavano direttamente dal camino, fuligginose e roventi, e noi ci lanciavamo impazienti alla loro conquista squittendo per quanto scottavano sulle nostre piccole dita, subito soccorsi da pazienti mani materne che ce le restituivano morbide e ancora fumanti.

La giornata si concludeva con gli ultimi giochi, spesso di nuovo all’aperto, nel giardino protetto da alte mura di sassi, con la complicità del cane di casa, un baldanzoso cocker dal pelo pepe e sale.

Il ritorno, in auto, seguiva sempre lo stesso rituale: la stanchezza prendeva rapidamente il sopravvento, e una volta a casa c’era appena il tempo di lavarsi, mettere il pigiama e farsi due coccole prima di cedere al sonno.

Era così facile essere felici…

17 pensieri riguardo “Storie di un tempo passato. Ricordi d’autunno”

  1. A volte è sufficiente una situazione, un profumo, una canzone… due giorni fa ad esempio ho risentito l’arpeggio della sigla dell’intervallo degli anni ’70 e mi ha riportato alla spensieratezza di quei tempi e a quanto ancora ero ignara della vita…

  2. Sabato scorso sono andata in visita da una mia zia 93 anni, autosufficiente e felicissima, mi ha detto che da un po’ di anni è ritornata con riti e spensieratezza di quando era piccola…(di tutto il resto se ne occupa mio cugino) 😉 buona settimana

  3. Meravigliosi ricordi! Quelli che segnano, in modo positivo, una vita intera…
    Anch’io ho simili reminiscenze: il rito delle castagne, le scampagnate in quella che poi sarebbe stata la nostra casa (allora solo un pezzo di vigna con un ciabòt, una casupola per gli attrezzi). Più che il rito del tè rammento invece quello della marenda sinòira*: specie durante la bella stagione ci si tratteneva all’aperto fin quasi all’ora di cena, e spesso capitava che lì o a casa della nonna si organizzasse uno spuntino, improvvisato ma robusto, con quel che c’era: salumi, acciughe al verde, formaggi, frittata. Oggi mi capita di farlo con i nipotini, che così non cenano tardi la domenica e possono rientrare presto a casa; oppure organizzo un bel tè “sostenuto”, specie in questa stagione, che sostituisce spesso la cena.
    *= merenda “cenosa”: spuntino verso le 18, inventato dai contadini e cacciatori piemontesi tornavano dai campi al tramonto e si fermavano a chiacchierare e bere un bicchiere di vino a casa di uno di loro; poi diventata abituale per le gite fuori porta. L’apericena l’hanno inventato loro, mica i giovincelli metropolitani “cool”… 😉 C’è un’usanza simile anche nelle altre regioni??

  4. Sorry, mi è saltato un “che” tra “piemontesi” e “tornavano”: odio scrivere con il telefonino, si mangia le parole! 😒

    1. Non mi pare che dalle mie parti ci siano usanze del genere, ma quando i figli erano piccoli ci eravamo inventati le “cenerende” con gli amici che erano più o meno la stessa cosa. Anche quelli sono bei ricordi…

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