Decorare. Romanticismi mancati

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Qualche settimana fa, quando ancora la primavera sembrava nel suo pieno fulgore (poi, come noto, ha deciso di prendersi una vacanza), i figli hanno annunciato di avere ciascuno un impegno per la cena. Casualmente, pochi giorni prima avevo ceduto ad una piccola tentazione, autoregalandomi un micro servizio di una marca australiana che avevo appena scoperto e che mi aveva immediatamente conquistata. Quale occasione migliore per inaugurarlo, in una cena leggerissima per due sul nostro balconcino?

Alfresco dining a casa di Bianca

Detto, fatto. La cosa, del resto, era veramente poco impegnativa, dato che i piatti fanno da soli la tavola: la base rossa, il decoro fitto e multiforme, il bordo a contrasto li rendono talmente protagonisti da non richiedere alcuna altra fatica.

Christopher Vine Cotton Bud a casa di BiancaCosì ho apparecchiato con una semplicissima base bianca e, presa dal romanticismo del momento, ho abbinato (pur rischiando il famoso effetto “troppo che stroppia”) le posate rosse a cuoricini che si stanno veramente rivelando un oggetto per tutte le stagioni. Vista poi la temperatura quasi estiva e il tono giocoso e informale dell’apparecchiatura, nessun bicchiere ma uno di quei barattoli con cannuccia tanto di moda, pronto ad ospitare una freschissima acqua aromatizzata alla menta.

Christopher Vine Cotton Bud a casa di Bianca

Piccolo segnaposto in tinta, una coppetta con candele galleggianti pronte per dare alla cena quel tocco in più che si stava proprio bene, et voilà, la tavola era pronta.

Alfresco dining Christopher Vine Cotton Bud a casa di Bianca

Stavo andando tutta contenta in cucina per iniziare a preparare quando ho sentito il cellulare fare un “plin-plon” che non prometteva niente di buono. E infatti era il figlio che annunciava l’annullamento del suo impegno e l’imminente ritorno a casa, ovviamente famelico come ogni adolescente che si rispetti.

Inutile dire che la romantica e leggera cena per due è stata rapidamente archiviata: i piatti sono tornati nella credenza e il menù è stato rivisto a misura di lupacchiotto affamato. Sarà per un’altra volta!

Finalmente venerdì! Fiori d’arancio

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Tranquille, non mi sposo. Ho già dato quasi diciannove anni fa e, per il momento, sono a posto così. Ho scelto questo titolo per chiacchierare un po’ della mia ultima mania sul fronte olfattivo: i fiori d’arancio, appunto.

Photo by robbrownaustralia

Ho sempre amato, oltre al gusto, il profumo degli agrumi: limone, arancio, mandarino, pompelmo, bergamotto, ne vivo circondata, in tutte le stagioni! Così anche in questa strana primavera dai toni autunnali, anziché buttarmi – come facevo gli altri anni – sulle fragranze floreali, mi crogiuolo ancora nei loro toni freschi e frizzanti, con una predilezione ben specifica: l’arancio e i suoi fiori, appunto.

Ne sono complici tre acquisti recenti: una colonia del mio brand inglese preferito, un analogo bagnoschiuma della mia marca italiana di fiducia, uno scrub per il corpo preso per caso in un noto discount e francamente gradevolissimo. Un terzetto di prodotti che si abbinano alla perfezione per funzionalità e profumazione, e che mi consente di evitare una delle cose che detesto di più, cioè la mescolanza di odori: non so a voi, ma a me certi mix danno un terribile mal di testa, motivo per cui cerco, per quanto possibile, di non infliggerli al mio prossimo.

Appena la primavera tornerà, probabilmente li metterò da parte per riabbracciare i floreali, ma al momento sono contentissima così. E voi, avete un profumo o un gusto che vi consolano di questa stagione capricciosa?

Tea, anyone? Capitolo 5. Apparecchiare per un High tea

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Come ho già scritto più volte, non sono per nulla favorevole al tè preso sul divano, che costringe a imbarazzanti equilibrismi per reggere tazza, cucchiaino, tovagliolo, piattino della torta etc. senza imbrattare gli abiti o, peggio, i cuscini di chi ci ospita. Per me il tè è un rito che richiede una tavola opportunamente apparecchiata, dove consumare la bevanda e le bontà che la accompagnano in comodità e relax, godendo serenamente della compagnia degli amici. In due parole: un piacere, non una fatica!

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Ciò non toglie che poiché la tradizione prevede entrambe le possibilità, dovremo analizzarle con la stessa attenzione. Comincio spudoratamente con la mia preferita, appunto la tavola “alta”, che la tradizione anglosassone collega all’High tea, ovvero un tè preso nel tardo pomeriggio con un ricco contorno di pietanze che ne fanno un sostituto della cena.

Proprio perché deve accogliere ben più di due tartine e una torta, la tavola deve essere ampia, in modo da consentire a tutti di prendervi comodamente posto. Tradizione vuole che la si copra con una bella tovaglia che dia un senso di freschezza, dunque prevalentemente dai colori chiari e delicati. Le andranno abbinati dei piccoli tovaglioli quadrati in stoffa: se non ne avessimo e fossimo costretti a ripiegare sulla carta, ricordiamoci comunque di scegliere la misura da cocktail!

Per ogni ospite dovranno essere disponibili una tazza, un piattino da dolce ed eventualmente un altro per le portate più impegnative, un bicchiere, le posate necessarie. Se lo spazio lo consente, prepareremo come per un pranzo, ponendo la tazza da tè sulla destra del piatto e il bicchiere al suo fianco. In alternativa, posizioneremo la tazza da tè al centro del posto tavola, ponendo alla sinistra il tovagliolo. Le posate andranno disposte come per normale pranzo.

Il corredo individuale per un perfetto tè all’inglese prevede che ogni commensale abbia un minuscolo piatto corredato da spalmino dove porre la confettura, perché è considerato imperdonabile servirsi direttamente dalla ciotolina comune. Poiché però si tratta di elementi difficilmente presenti nelle case italiane, possiamo ammetterlo come licenza: la cosa fondamentale è – come del resto deve essere sempre con le posate da servizio – che non si tocchino mai con la posata comune alimenti che sono già stati portati alla bocca.

Sulla tavola non dovranno ovviamente mancare zuccheriera (due, se proponiamo diversi tipi di zucchero) e lattiera. Poco britanniche, ma indispensabili per un tè servito in Italia, le fettine di limone, rigorosamente biologiche visto che andranno immerse nella tazza, da servire con l’apposita forchettina.

Oltre al tè nella sua teiera (magari due, con diverse miscele per venire incontro ai gusti di tutti gli ospiti) sulla tavola non potranno mancare acqua e succo di frutta o spremuta, se non addirittura un delizioso Pimm’s o una bottiglia di Champagne, quando siamo in vena di offrire un tè particolarmente elegante. Qualunque bevanda si scelga di servire sono ovviamente vietate le bottiglie di plastica!

Per i dolcetti o i sandwich potremo scegliere tra i tradizionali piatti a servire inglesi (rettangolari o rotondi) e le scenografiche alzatine, a due o tre piani. Le torte potranno invece essere servite tanto sul classico piatto rotondo che su una alzata.

Considerata l’abbondanza di stuzzichini dolci e salati che accompagnano un vero High tea, una piccola composizione di fiori freschi sarà un tocco decorativo più che sufficiente. Se ci piace l’idea di una tavola più scenografica, invece che su dettagli aggiuntivi conviene puntare sulle stoviglie, privilegiando tazze e piattini con decori più strutturati. In questo modo riusciremo a dare la giusta vivacità all’apparecchiatura senza l’ingombro di troppi elementi decorativi, come sempre sconsigliabili se vanno a discapito dello stare piacevolmente a tavola.

Confessioni. Le radici di una passione

Qualche giorno fa ho ripostato su un gru­ppo Facebook di cui faccio parte la mia tavola tutta al femm­inile dell’otto marz­o, accompagnandola con una dedica che su­onava pressappoco co­sì: “A tutte le donne della mia famiglia, che silenziosament­e, con forza e tenac­ia, hanno custodito e tramandato memorie, storie, ricette e tutte quelle belle abitudini che rendono ancora oggi il ritr­ovarsi a tavola un momento di gioiosa co­ndivisione”.

Mentre scrivevo ques­te parole, ho pensato che non vi ho mai raccontato come è na­ta la mia passione per l’arte della tavo­la, e in generale per un ricevere sempli­ce ma curato. Mi sem­bra carino farlo, e chissà, magari anche a voi verrà voglia di condividere la vo­stra storia…

In realtà, credo di averla semplicemente respirata fin da pi­ccolissima, ma se pr­oprio le devo trovare un’origine, penso sia la naturale cons­eguenza di due eleme­nti che sono colonne portanti dell’educa­zione che ho ricevut­o: da un lato, un am­ore per il bello in tutte le sue manifes­tazioni, che nasce dalla passione di ent­rambi i miei genitori per l’arte, la mus­ica, la letteratura e la natura; dall’al­tro, un fortissimo senso di famiglia che ha sempre trovato una delle sue espress­ioni più importanti nella convivialità.

Per entrare nel conc­reto, non è mai succ­esso che nel quotidi­ano si mangiasse ad una tavola non prepa­rata con ogni cura, se pure con materiali tutt’altro che pre­ziosi, e nelle occas­ioni di festa era d’­obbligo godersi tutto ciò che di più bel­lo c’era in casa. Ma questo non per una adesione a uno stile di vita formale, tu­tto il contrario: era pura gioia, gesti che dicevano “mi pre­ndo cura di te”, don­o, ricordo e celebra­zione di quanti ci avevano preceduto, in una sorta di filo tra generazioni che si faceva via via più forte, anziché spez­zarsi. Lo stesso per cui in certe occasi­oni cuciniamo ancora ricette che hanno più di cent’anni, se pure rivedute e adat­tate al gusto contem­poraneo: e niente è più bello di condivi­derle ascoltando ane­ddoti sentiti già ta­nte volte, ma che og­ni volta sembra di non avere mai ascolta­to.

Per questo a casa mia apparecchiare con cura – soprattutto nei giorni di festa – non è mai stato solo un gesto dettato dall’abitudine: era piuttosto un rito, una danza di gesti e oggetti con cui nutri­re le nostre radici per trasmettere nuova linfa alle nostre foglie.

Ecco perché per me apparecchiare non è semplicemente mettere forchetta a sinistra e tovagliolo a des­tra, ma molto, molto di più: è un modo tutto mio per dire “ti voglio bene”.

Finalmente venerdì! Ci sono ancora le mezze stagioni

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Non è che non si sappia, che la primavera è capricciosa: alterna caldo a freddo e pioggia a bel tempo, com’è giusto che sia nelle stagioni di mezzo. Già, le mezze stagioni. Luogo comune vuole che non esistano più, invece ci sono eccome, solo che non sono simpatici periodi dalle temperature che si spostano armoniosamente dal freddo invernale al caldo estivo, ma piuttosto una sorta di schizofrenico saltellare dall’uno all’altro estremo atmosferico.

Fiori di pruno a casa di BiancaEcco perché, come vi ho già raccontato, faccio non due ma quattro cambi di stagione l’anno, in modo da non farmi trovare impreparata dai capricci del tempo. Perciò in queste settimane nel mio armadio convivono pacificamente maglioncini di lana e canotte di seta, pantaloni dal peso consistente e gonnelline svolazzanti, cappottini e semplici pashmine.

Questa allegra baraonda ha tuttavia le sue limitazioni, perché ci sono articoli e accessori per me così emotivamente legati all’inverno che trovo assolutamente inconcepibile portarli oltre il primo marzo. Eccoli qua di seguito.

Gli stivali. D’inverno ci vivo, ma dopo febbraio li trovo proprio fuori luogo. Perciò saluti e baci amici miei, ci rivediamo a ottobre: per le piogge di primavera andranno benissimo le scarpe di vernice.

I toni del marrone. Molti li portano anche in piena estate, ma per quanto mi riguarda da marzo a ottobre non li posso proprio vedere. Verdi ok, toni neutri anche, ma il marrone per me è un colore da autunno/inverno. Senza se e senza ma.

Rossetti e smalti scuri. Vedi sopra: per me sono sinonimo di mesi freddi e bui, appena la stagione si apre preferisco toni più chiari, se non decisamente accesi. Anche per loro, quindi, se ne riparla a fine settembre.

Profumi troppo intensi. Come gli altri sensi, anche l’olfatto con la primavera chiede maggiore leggerezza. Quindi ciao ai profumi speziati o comunque “caldi” e via alle colonie e ai leggeri toni floreali. Per i profumi intensi ci sarà tempo dopo l’estate.

E voi, avete qualcosa che non usate/indossate per principio nella mezza stagione? Su, confessate…